Turismo insostenibile: è scontro tra turisti e residenti

È l’argomento caldo di questo periodo, ne parlano telegiornali, web e social: le rivolte ‘anti-turisti’ di alcune città del mondo- tra cui Venezia, Barcellona, New York, Berlino- stanno sollevando nuovamente l’argomento della sostenibilità in materia di viaggi, proprio in questo 2017 dichiarato dall’ONU Anno Internazionale del Turismo Sostenibile. In assenza di politiche intelligenti volte a rendere più equi i flussi di visitatori si è giunti ad uno scontro aperto tra chi vive nelle località vacanziere e i turisti che assalgono, deturpano, congestionano, togliendo dignità sia al luogo che ai residenti.

La laguna di Venezia si trasforma in una Disneyland

Ne è l’esempio la recente manifestazione degli abitanti del capoluogo veneto che sono scesi in piazza per ricordare al Comune e al resto del mondo che la loro città è ormai diventata un ‘parco divertimenti per soli turisti’ dove i servizi al cittadino sono sempre più scarsi, a favore dei servizi ai visitatori che aumentano giorno per giorno. Intervistato al telegiornale, uno dei manifestanti, originario di Venezia e residente/resistente, ha ammesso: “A Venezia si può comprare ogni sorta di souvenir, ma è impossibile trovare un litro di latte fresco”. Questo perché è più conveniente commerciare maschere di carnevale piuttosto che aprire una latteria o un alimentari. Per non parlare degli appartamenti. La maggior parte sono disponibili su Airbnb, ma chi cerca un affitto a lungo termine perché a Venezia ci lavora o ci vive può solo sognare. Le associazioni di quartiere non sono contrarie al turismo, che da secoli è una fonte di ricchezza economica a Venezia, ma combattono per mantenere l’autenticità della loro laguna: se la vera Venezia scomparisse, se davvero tutto ciò che si vede, si tocca, si compra, si mangia fosse creato ad hoc per i visitatori, allora la laguna diventerebbe una gigantesca Disneyland ed il suo fascino millenario andrebbe definitivamente perduto.


Albergatori contro Airbnb a Parigi 

Sempre a proposito di Airbnb anche a Parigi ci sono state mobilitazioni e proteste da parte degli albergatori che si sono coalizzati contro il sito di prenotazioni, colpevole di ‘sottrarre clientela’ agli hotel, soprattutto a quelli della fascia medio alta. Inoltre, a causa dei prezzi degli appartamenti in affitto molto più bassi rispetto ad una camera d’albergo, in molti quartieri della capiatale francese si assiste ad una vera e propria invasione di visitatori e ad un calo vertiginoso degli alloggi occupati da residenti, che sono costretti a trasferirsi altrove. Da qui nasce l’interrogativo: Parigi è ancora Parigi senza i parigini? E che dire dei posti di lavoro creati dagli hotel e dall’accoglienza tradizionale che rischiano di sparire?


A Gallipoli si dorme sui balconi

Il sud Italia non è rimasto per nulla immune all’invasione turistica di questa estate 2017. La Puglia, in particolar modo, è stata letteralmente presa d’assalto, con il Salento in vetta alle classifiche delle prenotazioni. Ma come ha risposto una Regione che fino al 2008 contava poco più che 400mila arrivi di turisti stranieri, al raddoppio di queste cifre (728mila arrivi nel 2015) e all’incremento del 17% degli arrivi nazionali? Spesso, purtroppo, con episodi di insostenibilità turistica, come è accaduto a Gallipoli, dove il sindaco ha deciso di multare i titolari delle ‘case pollaio’, immobili affittati a prezzi esorbitanti e di conseguenza sovraffollati (la Guardia di Finanza ha scoperto un monolocale occupato da 11 persone e multato gli autori degli annunci in cui si affittavano balconi con brandina per dormire a 10€ al giorno). Una bellissima terra afflitta anche dalla piaga dell’abusivismo che ha colpito negli ultimi anni i più bei litorali pugliesi: se ne lamentano molti residenti, utilizzando persino Facebook per segnalare i bagni che da un giorno all’altro spuntano come funghi, invadendo con i loro ombrelloni, sdraio e chiringuiti anche aree costiere protette. Esempio famoso di questo fenomeno il sequestro del bagno Twiga Beach a Otranto, legato al marchio Billionaire di Flavio Briatore il quale, a sua discolpa, si è detto estraneo all’abuso edilizio avendo concesso in licenza il nome ‘Twiga’ ad una società locale.



L’isola della Thailandia ‘vietata ai turisti’

Un altro caso apparso sui giornali di tutto il mondo è la chiusura al pubblico dell’isola thailandese di Koh Tachai, minacciata dall’eccessiva presenza di visitatori e ridotta ad una ‘bancarella ambulante’. Questa piccola isola paradisiaca, conosciuta e frequentata da migliaia di turisti, fa parte in realtà di un parco marino istituito proprio per proteggere il delicato ecosistema costituito dalla barriera corallina e da spiagge bianchissime, che, con la loro vegetazione tropicale ospiatano una fauna rara e delicata. All’amministrazione locale non bastava la chiusura stagionale dell’isola osservata in quasi tutti i parchi marini thailandesi, per permettere alla natura di ‘riprendersi’ dalle invasioni turistiche: sì è dovuto intervenire con una chiusura a tempo indeterminato.

Quintali di spazzatura sul tetto del mondo

C’è un altro luogo del mondo dove il turismo crea forti disagi al territorio, creando problemi ambientali anziché opportunità. Si tratta del Nepal e in particolare della catena dell’Himalaya: le più alte vette del mondo sono da anni diventate un deposito a cielo aperto di ogni sorta di rifiuto. Su Everest e Annapurna sono presenti tonnellate di bottiglie di plastica, rimasugli di tende, teloni, fazzoletti, bombole d’ossigeno e resti organici di cibo e bevande che non possono decomporsi a causa delle bassissime temperature. Il governo Nepalese, oltre a chiedere una cauzione salatissima agli scalatori che si cimentano nella salita agli ottomila, ha di recente obbligato gli alpinisti a portare a valle almeno 8kg di immondizie ciascuno, oltre ai propri rifiuti. Un provvedimento che però non ha risolto il problema: sono stati troppi gli anni in cui le cime più affascinanti del mondo sono state sfruttate senza pensare alle conseguenze di un turismo così distruttivo ed ora a farne le spese sono le popolazioni locali e le loro montagne sacre.


Il caso Barcellona 

“Non vogliamo la sindrome di Venezia”. È con questo chiarissimo slogan (insieme ad altri come ‘Tourist go home’) che a Barcellona i cittadini si sono letteralmente accaniti contro il turismo di massa e low-cost che invade ogni angolo della città. Striscioni, scritte sui muri, manifestazioni in strada: gli abitanti della metropoli catalana stanno da mesi dimostrando il loro disappunto nei confronti delle istituzioni che non riescono a regolamentare un flusso turistico che nel 2015 ha superato gli 80 milioni di presenze in Spagna. I problemi causati da questo eccesso di visitatori sono tanti e di difficile soluzione: congestione del traffico, sporcizia e vandalismo, mancanza di servizi al cittadino in favore dei servizi al turista, affitti saliti alle stelle e interi quartieri popolari trasformati in alloggi per Airbnb. I disagi sono così pressanti che un gruppo di facinorosi di ultrasinistra ha addirittura assaltato un bus turistico a scopo dimostrativo, probabilmente per cercare di smuovere l’amministrazione comunale a regolamentare i flussi di visitatori. Perché se da una parte è vero che il turismo rappresenta il 12% del PIL spagnolo ed è una fonte di ricchezza non indifferente per il popolo catalano, dall’altra è vero anche che senza sostenibilità la città rischia di soccombere.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...