Florida Keys: sulle tracce di Ernest Hemingway 

LOCATED IN THE MIDDLE OF THE OLD SEVEN MILE BRIDGE TRAVELERS VISIT THE MUSEUM ON PIGEON KEY
FLORIDA KEYS, MARATHON – a destra il vecchio Seven Miles Bridge semidistrutto, affiancato dalla nuova Highway

Vi è mai capitata un’avventura indimenticabile? Una di quelle che quando ritorni a casa da un viaggio diventa il classico aneddoto da raccontare agli amici? Proprio qualche giorno fa ripensavo ad un bellissimo viaggio negli USA di qualche anno fa, durante il quale il caso mi fece incontrare delle persone speciali e mi condusse su rotte non programmate.

Accadde tutto durante una primavera bollente in Florida, in una di quelle vacanze da sprovveduti che solo quando si è ragazzi si possono organizzare. Io e i miei amici eravamo finiti, chissà come, invitati ad un barbecue sulla spiaggia nella zona di North-Beach, a Miami. Una spiaggia tranquilla, semi deserta, sulle quale si posavano a riposare i pellicani,  lontana dall’affollamento di South Beach e dal chiasso di Ocean Drive. Erano i giorni dello spring-break, le vacanze di primavera degli studenti dei college e delle High school e ciò si traduceva in un sacco di feste, un sacco di giovani in libertà alla ricerca di un po’di sole e di divertimento. Durante quel barbecue, mentre i miei amici socializzavano con le ragazze del posto, io decisi di portarmi avanti con il programma di viaggio dei giorni successivi e di sfogliare la mia guida, ormai lisa e anche un po’ datata, sulla Florida e le Keys.

La meta prefissata erano proprio le isole a sud degli Stati Uniti, Key West in particolare, ma la mia guida non dava indicazioni per raggiungerle a noi accessibili: si parlava di voli Miami-Key West, oppure di barche super veloci con pilota, auto a noleggio. Tutte soluzioni non adatte alle nostre tasche (ormai semivuote) e alla nostra organizzazione “alla giornata”. Finché arrivò, come nelle storie migliori, il classico colpo di fortuna. Una ragazza su una sedia a rotelle e con una vistosa ingessatura al piede, mi si avvicinò e mi disse: “Che noia questo party. Con questa sedia a rotelle non posso neanche farmi un giro sulla spiaggia. Sono una ballerina, ed essere costretta qui con la musica che esce dalle casse a tutto volume è una tortura. Posso unirmi alla tua lettura? Che libro è?”. Le mostrai la mia guida turistica triste e logora e le raccontai della nostra intenzione di partire l’indomani per le Keys. “Molto bene” disse lei. “Vivo proprio a Key West, nella Conch Republic. Se vi va posso darvi un passaggio, rientro a casa domani”. Fantastico! Corsi ad avvisare i miei amici, scambiammo i nostri numeri di telefono con la ragazza, che si chiamava Renée, e ci congedammo. Il giorno dopo, puntuali come orologi svizzeri, ci facemmo trovare nel punto in cui avevamo deciso di incontrarci carichi di bagagli e con il sorriso stampato in faccia. Ma di Renée nessuna traccia.

Iniziarono ad assalirci i primi dubbi: forse si era dimenticata di noi. O forse il giorno prima, al barbecue sulla spiaggia, era ubriaca e parlava a vanvera. E poi: era su una sedia a rotelle con una gamba completamente ingessata, come poteva guidare per  300 km fino a Key West? Come eravamo potuti essere così stupidi da non pensarci prima? Eravamo in una pessima situazione. Senza più un posto dove dormire , senza il nostro passaggio per le Keys e senza una meta, con una settimana da riempire e pochi dollari in tasca. E invece ecco comparire Renée, con la sua berlina immensa dal cambio automatico, perfetta da guidare anche senza una gamba! Ci fece accomodare e partimmo: direzione Highway US1, l’autostrada più spettacolare degli U.S.A.. Renée fu una guida speciale, ci raccontò tutto delle Everglades, che attraversammo, delle 700 isole coralline che costituiscono le Florida Keys, della fondazione della Conch Republic, dei tornado che affliggevano la regione e che avevano distrutto strade e ponti e, infine, conversammo su Ernest Hemingway. Già, perché se i miei amici erano interessati alle palme, alle spiagge, al sole caraibico di quel lembo meridionale di Stati Uniti, io avevo in mente solo una cosa: poter visitare la casa del grande scrittore alle Keys. Affiancammo il mitico Seven Miles Bridge proprio all’ora del tramonto e lo spettacolo fu emozionante. Un sole rosso come fuoco si gettava nelle acque del golfo del Messico creando dei giochi di luce incredibili.

Arrivati in serata a Key West, Renée ci accompagnò in un hotel delizioso e caratteristico, una vecchia casa colonica tutta bianca e in legno, con un meraviglioso giardino di piante grasse e una piccola e tranquilla piscina. Quello fu il nostro punto di partenza per le escursioni dei giorni successivi.

Tra le varie esperienze divertenti che ci capitarono ci furono, in ordine sparso: una partita di Beach volley su una spiaggia circondata da reti per proteggere i bagnanti dagli squali (per precauzione non facemmo comunque il bagno nonostante il caldo torrido), uno spettacolo di rodeo su toro meccanico con premi alle ragazze più provocanti, la foto ricordo da Sloppy Joe’s, un pranzo take away di fritto di pesce, una seduta di ipnosi da parte del marito di Renée (mago-illusionista dilettante), vari aperitivi al tramonto lungo Duval Street ed infine, il motivo per cui mi ero fatta tutti quei chilometri, la visita alla casa dove visse Ernest Hemingway. Era decisamente come me la aspettavo: immersa in un bel giardino popolato di piante tropicali, l’arredamento tipico delle magioni del sud e tutti i discendenti dei gatti a sei dita dello scrittore, compresi quelli che non ci sono più e che sono accuratamente sepolti nel “cat cemetery”. Già, perché Hemingway non amava solo la pesca d’altura, i mojito e le bevute al sopracitato bar Sloppy Joe’s, era anche un grande fan dei felini e diceva di loro: “hanno un’assoluta onestà emotiva. Le persone no, riescono quasi sempre a nascondere i loro sentimenti.” .

Il primo fu il suo amato Snowball, affetto da una rara polidattilia che lo rese il preferito di Hemingway. Dopo Snowball ne vennero altri, alcuni discendenti di quel primo gatto a sei dita e altri trovatelli, fino alle decine di esemplari che oggi sono i padroni indiscussi di quella casa. Nello studio dello scrittore, dove troneggia sulla scrivania la sua vecchia macchina da scrivere con la quale scrisse “Per chi suona la campana” e “Addio alle armi”, gli unici a poter vagare indisturbati saltellando sui mobili e sonnecchiando sui divani sono proprio i preziosissimi felini.

Non è difficile capire come mai Ernest Hemingway amasse tanto le Keys: era un pescatore di Marlin (a cui dedicò “Il vecchio e il mare”), abbondante in queste acque, adorava la vita rilassata e placida dei paesi caldi (visse anche a Cuba, in Spagna, nel Sud-Est asiatico e viaggiò spesso nei Caraibi e in Africa ), amava la boxe e le bevute (poté soddisfarle entrambe a Key West) e in quella fresca casa in mezzo alla vegetazione lussureggiante trovò sicuramente la giusta ispirazione per scrivere, in mezzo alle travagliate vicende della sua vita d’eccessi.

Quel viaggio finì tra abbracci, saluti e scambi di indirizzi email per rimanere in contatto. Come spesso non accade, l’amicizia con Renée dura tuttora. L’abbiamo incontrata l’anno successivo, sempre negli USA, incinta di una bimba, che ora ha 6 anni ed è la fotocopia della sua mamma. La sua gamba è guarita e la carriera da ballerina è potuta proseguire. Oggi ha una scuola di danza moderna a Key West e io non vedo l’ora di poter scappare ancora a rifugiarmi in quel piccolo paradiso.

 

 

 

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