Una lezione di comprensione alla Maison de la Photographie

  

Una visita alla Maison de la Photographie di Marrakech è un’esperienza che non si dimentica. Non può essere definita semplicemente un museo, neppure una collezione: le bellissime immagini esposte rappresentano il punto di connessione culturale tra due mondi, l’Europa tecnologica dei fotografi filantropi e il Marocco ancora puro e pregno di antiche tradizioni. Raggiungere la piccola strada in piena Medina in cui è situata la Maison de la Photographie non è semplicissimo, anzi, la probabilità di non raccapezzarsi per poi dover chiedere aiuto a qualche passante o addirittura farsi accompagnare è parecchio alta. La Collezione si trova all’interno di un tipico fondouk , senza affaccio sulla strada e con un cortile centrale ricoperto dalle tipiche piastrelle colorate, nel quale regna sovrano il silenzio (e d’estate la frescura!). All’ingresso un gruppetto di giovani si rende disponibile per accompagnare il visitatore attraverso i tre piani della Maison, raccontando di come nel 2009 è nata l’idea di conservare in un unico luogo le innumerevoli fotografie scattate a partire dal 1870 fino al 1950 da diversi fotografi-pionieri-antropologi europei, che si stabilirono per vari motivi in Marocco.  

  

La cosa migliore da fare all’interno del museo è perdersi, vagare per le stanze e i corridoi alla scoperta degli scatti, alcuni davvero sorprendenti e moderni, che rivivono sulle pareti della Maison e immaginarsi la fatica, la pazienza e la passione che fotografi come George W. Wilson, Marcelin Flandrin, A. Cavilla e l’ebreo marocchino nativo di Fez Joseph Boushira impiegarono, utilizzando le rudimentali tecnologie dell’epoca, per scattare e sviluppare le loro immagini. Meravigliose le fotografie dei luoghi, dalle antiche mura di Marrakeck che a fine ottocento era molto più piccola e circondata da dromedari che brucavano là dove oggi sorgono le boutique di lusso, alle botteghe del suq di Fez, agli interni delle opulente case dei pacha di Casablanca, ai panorami innevati dei monti dell’Atlante, ai mercati brulicanti di ogni forma di vita, umana e animale.

uno scorcio del cortile interno

Le immagini più sorprendenti, però, sono i primi piani dei volti, che sembrano osservare lo spettatore con un misto di fierezza, curiosità e diffidenza. Volti di schiavi centroafricani vestiti di canapa, volti di bellissime danzatrici berbere dalla carnagione chiara coperte d’oro, donne velate e donne decisamente svestite, volti di ragazzine che si fanno dipingere con l’henné d

alle loro levatrici, volti di bambine intente a ricamare, volti di giovani tuareg seminascosti dai loro turbanti, volti di anziani uomini ebrei con la tipica barba lunga da ‘saggio’. È grazie a questi volti che la Maison de la Photographie non è solo un museo, nè una semplice collezione, ma è un’autentica lezione sulla ricca storia del Marocco e sulla sua variegata cultura, che ci insegna a pensare a questa nazione con ancora più rispetto.

  

vista dalla terrazza
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